L’eco di un’infanzia mai sopita: tra rivalsa personale e ferite dell’anima
Come un filo che si scioglie da una matassa, così i fili di una vita di Michele Montuori, avvocato penalista in Cassazione, si intrecciano e si sciolgono nel racconto intimo, spigoloso, schietto, seppur non esente da uno sguardo di malinconica eroizzazione, di Maria Laura Inserra.
Originario del Cilento e nato in un contesto rurale della periferia di Policastro, non lontana dal punto in cui il Bussento esaurisce il suo viaggio e muore riversando le sue acque nel Tirreno, Michele Montuori serba l’impronta di un’infanzia segnata dall’assenza di calore affettivo, di ascolto e di quei gesti d’amore essenziali per la crescita di ogni bambino. Da questa carenza nasce una rivalsa personale, il fisso intento di dimostrare il proprio valore a chi non ha creduto in lui. Con enormi sacrifici e una tenacia incrollabile, nelle viscere solitaria e dolorosa resistenza, Montuori riesce a costruire un solido percorso imprenditoriale e a coronare in età adulta il sogno della laurea in giurisprudenza, già preludio di una carriera feconda di successi.
Tuttavia, la trama profonda del libro non risiede nell’esaltazione di meriti e grandi imprese. Lo sguardo del protagonista non riposa con compiacimento sui risultati ottenuti, ma torna inevitabilmente a quel bambino inascoltato. E appare chiaro quanto una rivalsa sociale non basti a guarire le ferite dell’anima: resta l’amarezza per un’infanzia misconosciuta e per un matrimonio vissuto come un’imposizione. Il senso sotteso è struggente: nessuna conquista professionale può colmare il vuoto di un affetto mancato.
La complessità e l’affanno della vita raccontata si riflettono fedelmente nella scelta stilistica. La lettura risulta a tratti faticosa: a discapito dell’armonia formale e della fluidità, la struttura delle frasi privilegia la gettata d’impeto dei pensieri. E il registro metaforico, anziché semplificare o rendere intuitiva la comprensione degli stati d’animo, tende talvolta a sovraccaricare la pagina, richiedendo al lettore uno sforzo di interpretazione supplementare.
In conclusione, si tratta di un’opera vertiginosa per la sua sincerità, consigliata a chi cerca una testimonianza di vita autentica e non patinata, disposta a sacrificare la scorrevolezza della forma pur di restituire la ruvidezza di un dolore mai del tutto superato.
Sabina Greco
