Possono i numeri dell’anima farsi alchimia dei ricordi?
Mario Fortunato non usa giri di parole quando riconosce che la vita di ognuno di noi è un’eterea opera musiva, retta da una trama di numeri che ne scandiscono il battito, dall’istante del primo vagito fino all’ultimo congedo. Spesso incarnano fredde astrazioni burocratiche – codici fiscali, PIN, scadenze e ricorrenze a dominare un fertile scorrere dei giorni, e con essi le relazioni – ma in queste pagine i numeri smettono di essere corredi e meridiane per farsi bussola, trasformandosi in una Tombola della Memoria dove ogni estrazione è un incontro con il destino.
L’idea di solcare l’infinito a bordo di una navicella, un vascello del cuore che sfida il tempo, nasce da un’insofferenza verso il rigore algoritmico dei nostri giorni e dal desiderio di giocare con la Storia, per riabbracciare luoghi e volti che il destino sembra aver sbiadito, e trasformarli in bellezza. Attraverso lo sguardo attento e certosino dell’autore, le cifre diventano soglie in cui specchiarsi: il 28 non è solo un giorno sul calendario, ma il tocco tragico di terremoti e guerre, che pure sa farsi grido di libertà nei Moti del Cilento; il 7 non è solo un numero primo, ma il simbolo delle sette vite di un popolo della Terra dei Tristi che non muore mai; il 21 smette di essere una misura standard per farsi rito alchemico di antichi mestieri.
Questo libro non è solo la cronaca di un tempo andato o la raccolta di aneddoti locali tra il Golfo di Policastro e le nebbie del Nord. È il lascito lirico e morale dell’autore, un autentico atto d’amore verso le sue radici, un omaggio silenzioso a chi non c’è più e un dono prezioso per tutti noi, contemporanei e futuri, affinché ricordiamo e ricordino che conoscere la propria storia è l’unico modo per realizzare la saggezza del futuro. E se un sogno, intriso d’un profumo intenso, è stato la scintilla che ha messo in moto il racconto, è lo spirito vivo, selvatico, indomito di luoghi e personaggi a infiammarlo, a scortarlo, a elevarlo alle nobili sommità di una fulgida essenza: quando non ci chiudiamo a ogni altro da noi, non solo salviamo il mondo, ma ritroviamo noi stessi.
Seppur si levino dalle pagine i canti memori d’imi affanni e tormenti, dalle sottili trame delle stesse giungono, vellutati e confortanti, i sussurri di un antico riscatto. Ed ecco che la vita, nel suo mutevole sembiante, è ad offrirsi all’occhio stanco e sfiduciato per liberarlo dalla servitù di uno stupore muto: dalle ceneri di una nube venefica, che esalando tristemente da un impianto infranto a Meda investiva gravemente il suolo e le genti dei paesi intorno, sorge un giardino ampio e idilliaco in cui contessere e intrecciare magistralmente la nuova trama del vivente; per valli e colli d’Italia, mani spesso sporche di terra e polvere di bottega insorgono dalle pieghe di una necessità, rinnovellano il potere corrosivo della luce su pregiudizi e privilegi, e plasmano la storia più di un rampollo baciato dalla provvidenza; il Belpaese, dimentico soventemente delle sue bellezze, nei sacri recessi della sua anima indomita e ardente veglia, in attesa di partorire ancora, i natali di araldi del potere e membri di palazzo accorti a non confondere mai la cassa dello Stato con il proprio portafoglio; a Calenzano un armaiolo, che l’infausta sorte ha condannato all’eterna notte, dispiega una luce d’altra natura, diventa un virtuoso del tornio e sommo artefice che arriva finanche a costruire una doppietta per il Re, e dal semiasse di un camion Fiat una pistola per il Duce.
Fra i versi del racconto di Fortunato si diffonde allora un soffio di speranza, che rifulge del suo antico splendore. Essa non è virtù astratta di aspettazione delle promesse della provvidenza e della salvezza. Essa è in ogni sua parte ora, in ogni sua parte presente. Essa è alta vetta orgogliosa che protende là dove ancora non ci siamo fatti strada. Essa è la viva forza che si accende all’alto grido di “Contra spem spero!”, levatosi all’alba del Novecento dall’accento di una giovane signorina bionda, fragile e trasparente, Lesja Ukraïnka, che stretta nel suo corsetto chirurgico ed esperta in dolore vergava parole di fuoco, a ispirare e sollevare il popolo della sua terra d’Ucraina dalle fertili zolle, soggiogato dall’impero zarista.
E di ciò sono grata a Mario Fortunato.
Sabina Greco