Riempiendo il cuore d'incanto

C’è una fragranza che si diffonde e attraversa l’intera narrazione del "Sangue Buttato" di Rosi Lovisi ed è quella delle note avvolgenti di un realismo magico, il quale intreccia essenze realistiche, quotidiane e dettagliate con incanti fantastici, surreali, apparecchiati sullo stesso piano e trattati con la stessa perizia, creando un’atmosfera onirica e misteriosa. In essa il cuore di un paesino del Cilento, in cui il profumo della salsedine si mescola a quello della terra arsa dal sole, in cui la decisione di un padre non si può discutere e quella di un marito si deve assecondare, e ancora, inatteso ma eletto teatro dell’amore tra Adriano e Mena apprendisti stregoni nell’ardente agosto 1993, si trasforma da umile ambiente scenico in una forza viva: aspra, prodigiosa, accogliente e spietata allo stesso tempo.


E così il vento prende a tossire per il puzzo dei gas di scarico dell’auto di Adriano al suo arrivo dalla città, e il bosco ondeggiante gli dà biasimo per essere arrivato a disturbare una quiete d’altri tempi, mentre frotte di serpi e vipere strisciano furenti a informare dell’infauste sorti le streghe del paese. Ma Adriano non si scompiglia e quando incontra Mena, giunta anch’essa dalla città con i genitori per le solite vacanze agostane, le porte di un mondo altro si schiudono. Un mondo in cui l’istante del primo incontro si spoglia della sua potenza rivelatrice per sottrarre all’oscurità l’antica confidenza. Un mondo in cui parole d’eterna fede insegnano la resistenza alla volontà preordinatrice china a un falso senso della morale e del pudore. Un mondo in cui è teurgo chi forza la normalità per vivere allo sbaraglio e trovare altre vie d’uscita. Ed è in questo mondo che Adriano e Mena si trovano e si perdono, si sfiorano e si evitano, si abbandonano e si impossessano dell’anima e dei suoi luoghi, di un’apparenza in altra travalicando.

Nel Cilento del 1993 la superstizione non è mero aspetto pittoresco del territorio, ma una grammatica con cui leggere, apprendere e riflettere il mondo. E l’amore, fonte prima dell’incredibile, del meraviglioso, del miracoloso, si libera del pallore di uno sguardo rubato dietro le persiane accostate o dello sforzo di fiorire tra le crepe di una società granitica per tingersi del colore intenso, acceso, vivace, profondo d’una forza viva, vibrante, battente, a cui anche gli spiriti più possenti soggiacciono.


In definitiva, Rosi Lovisi, manovrando magistralmente leve e pulsanti, ci regala la sua magia. E irridendo i torpori d’un animo nostro, lo scompiglia, come il vento i capelli ricci, fitti e lunghi delle donne del suo villaggio, nel Cilento. Senza lasciarci il tempo di imbrigliarlo, lo afferra, lo spoglia, lo mette alla prova con misura, con calma, dandoci modo di seguirla, di scoprirla. E, in ultimo, di riempire il cuore del suo incanto.


Sabina Greco