A voi che chiedete ai vostri Stati di non fornire armi all'Ucraina

Immagine in anteprima via Ukrainian People Magazine


Ditemi voi, che chiedete ai vostri Stati di non fornire armi all’Ucraina. 

Che scelta ho io, se non quella di resistere con ogni mezzo? 

Io non ho scelto di entrare in casa d’altri, già eguali, con la forza, togliendo loro tutto ciò a cui tenevano, tutto ciò che per loro aveva importanza, foss’anche il ricordo di un’infanzia lontana, un amore perduto, un profumo di nonni. Io non ho scelto di privare l’altro di ciò che è suo di diritto, e non parlo di quello inteso dagli umani con le leggi, ma quello stesso dentro, naturale, inalienabile, a sognare, a scolpire, a godere la sua vita infusa nel cuore. Io non ho scelto di spogliare l’altro della sua dignità, un valore umile e connaturato, che nella sua modestia è a derivare dall’essere, intimo e indimostrabile, svincolato da ogni scelta, azione o altra qualità e, perciò, nel disdegno di annientarlo.  

 

Ditemi voi, che in appello a un antimilitarismo chiedete ai vostri Stati di non fornire armi all’Ucraina.  

Che scelta ho io se non quella di resistere con ogni mezzo? 

Io non ho scelto di vestire i panni del soldato, il mio mestiere non sono le armi. Sono le premesse di un mondo ereditato che mi impongono la battaglia. Già il fatto che io sia obbligata a chiedere le stesse, a tratti elemosinando, a voi alleati e potenti, basti a dimostrare la mia riluttanza ad ammassarle in casa. Quando si è trattato, allora, di affidare le sorti della mia libertà e indipendenza alle parole di un fine consesso, ho consegnato senza rimpianto quelle nucleari nelle mani di colui, pur firmatario, che oggi a tradimento è a puntarle contro. Io non ho scelto la via dell’armi: in un mondo così approntato, in cui la parola detta o scritta insieme a colui che con essa s’acconcia, non ha forza, non ha valore, non ha corpo, a me non rimane altra per difendermi dal sopruso.  

 

Ditemi voi, che in nome della nonviolenza chiedete ai vostri Stati di non fornire armi all’Ucraina. 

Che scelta ho io se non quella di resistere con ogni mezzo? 

Io non ho scelto questa violenza, non ho scelto uno stupro etnico, me li sono ritrovati addosso, e me li devo gestire. Serve un mutuo consenso per attestare la legittimità del rapporto dominazione-sottomissione, e pertanto il suo incontrastato equilibrio: uno stesso a prevedere che io ceda volontariamente ogni potere di decisione su aspetti inalienabili della mia vita a colui che è oggi convinto di essere investito del dominio. Non c’è bisogno né piacere nella mia consapevolezza, nella mia coscienza, nel mio cuore di una dimensione di dominio e sottomissione nei rapporti fra umani, soggetti, persone, non entità asettiche, astoriche. Non è mia la costumanza di discriminare una realtà in favore dell’altra creduta egemone. E non penso che il mio corpo debba tradire la tacita volontà di accondiscendere e venire a patti, a prescindere da qualunque manifestazione di rifiuto. La guerra non è solo un massacro meccanico, essa penetra e viola lo spazio ideale più appartato, più segreto, più riposto, interno in maniera quasi inaccessibile: stupri, saccheggi, razzie, barbari e selvaggi. E la brutalità aumenta in vista della netta indistinzione fra una zona di guerra e il fronte interno… i combattenti della Terza Roma non sono più virtuosi dell’orda mongola. Del resto: una volta istituito l’abuso contro i nemici, esso si estende candidamente a chi sta dalla stessa parte. E chi oggi mi impone il suo delirio è a recarne la chiara testimonianza.  

Che scelta ho io allora se non quella di resistere con ogni mezzo?  

 

Sabina Greco