Un'angoscia senza mai confine | Del resto sono solo una puttana

Mia amata Dafne.


Che cos'è la vita, che cosa è il mondo senza quell’atteggiamento verso sé stessi o altri, che origina dalla considerazione favorevole di circostanze, fatti e relazioni, per cui si confida nelle proprie e altrui possibilità, e che a produrre è quel sentimento, in cuore sospirato, di sicurezza e tranquillità? Che cos’è la nostra vita, mia e sua, in assenza di quel bene prezioso, che nulla paga?


“Non ho fede per te!”

mi accoglie di prima mattina, gli occhi ancora socchiusi, lo sprezzo nel tono a penetrare ogni strato dell’anima, il mio sordido buongiorno. Una pretesa senza fondo. Spetta a me, così è a volere una falsa sete che mai non sazia, nutrire il margine di garanzia alla sperimentazione di uno stato di fiducia, abbandono e promessa, di cui lui abbisogna. Spetta a me meritare, guadagnare, essere degna di uno stato di grazia che lui accorda. Spetta a me l’onere delle prove in giudizio alla corte di un giogo che un con l’altro unisce.

“Bloß Zwang bewacht die Frauen Spaniens?

Schützt sie ein Zeuge mehr als ihre Tugend?”

[Don Carlos, Infant von Spanien | Friedrich Schiller]


Al di là di un compito ingrato e inopportuno, mia bontà, a volersi eroicamente cimentare, è impresa aspra, chimerica e sciagurata. Valanghe di attenzioni, premure e cortesie a lui rivolte 

non sono mai bastanti;

schiere di verità manifeste a sostegno di una sola traccia a scolpire l’opera di un’unione segnata 

non nutrono la convinzione;

una intima elezione e affinità, che per uno sciagurato scherzo della provvidenza è a tradursi apposta sul piano fisico della somiglianza di due gocce d’acqua  

non sazia la sacra fame di quiete e tranquillità, in cuore e mente.

Un pozzo senza fondo.

Una fossa senza fine. 

Un’angoscia senza mai confine. 


Ciò che avanza spiegato è il sospetto, mia amata sorte, quel dubbio ansioso, rovello senza sbocco che guasta e aduggia ogni gesto, il più innocuo, ogni cosa, la più banale, ogni parola, la più sincera. Non vi è bisogno di un onesto Iago a corte per inoculare il suo veleno, è il suo riflesso a vivere dentro e a insidiare già la mente che a eccitare è una nuda brama di possesso e la sua dimensione selvatica - violenta, sfrenata e tormentata. La vita stessa e ogni suo respiro si fanno agguato:

un malessere, una macchia, un bicchiere che si infrange

uno sguardo, una parola, una risata che si estende

un sangue, una essenza, un passato che si sottrae

ogni momento, ogni istante è prova e testimonianza di un tradimento consumato. Il dubbio già certezza si posa come una lapide a soffocare ogni moto, il più modesto. La luce affoga e una eterna notte ammanta l’esistente cedendo lo spazio a quel gioco delle ombre, vile e dolente. Squallide e oscene fantasie lo inchiodano letteralmente nella certezza (giammai sospetto), lo torturano, mi torturano, dolore e tormento annebbiano la ragione, lui attacca, io mi difendo, l’assurdo erompe, 

barbaro

crudele

violento.


Non vi è scampo, mia ragione. Non è altra l’esistenza, una vita castrata, una lunga notte d’inferno, gli animi devastati. L’inganno di una certezza malriposta.


“Ma anche se fosse soltanto un sospetto,

Farò come se fosse cosa certa.”

[Iago in Otello | William Shakespeare]


Una certezza che mai assolve, ma condanna.

Una certezza che mai appaga, ma affama.

Una certezza che mai rischiara, ma oscura.

A me l’infamia! 

Del resto, mia anima confidente, sono solo una puttana.


Metilde S