Una convinzione sanguinaria | Del resto sono solo una puttana

Mia amata Dafne.


Si narra che gli antichi

considerassero le donne come oggi consideriamo i bambini, degli esseri irresponsabili. Erano convinti che le donne godessero nel rapporto sessuale dieci volte più degli uomini, che fossero assatanate di sesso, avvinazzate, sempre desiderose di piaceri, si dava quindi per scontato che concedessero facilmente le loro grazie ad altri. [Sergio Benvenuto]


Che lo pensassero loro, di una età remota, qualitativamente dissimile rispetto alla realtà contemporanea, potrebbe toccarmi relativamente. Se non fosse per la grottesca combinazione di trovarmi oggi al suo cospetto, lui mio marito, che mi pensa, mi guarda e mi vede pur così. E come loro, gli antichi, che le donne pertanto non stimavano, anche lui si sente legittimato a disprezzarmi, respingermi e violarmi. 


Non mi ero resa conto fino ad ora, mia prova e ragione, quanta disperazione, quanto dolore e sconforto dia la mancanza di conoscenza, al di là della nuda istruzione ad essa non assimilabile. La sua stessa assenza è a cedere inevitabilmente il passo e lo spazio a ogni genere di idee, convinzioni e fantasie

pretestuose

volgari

e sanguinarie.  

Come quelle anzidette che mi trovo ad affrontare e contrastare da tempo in quella pista e arena, intima e sotterranea, di una vita insieme, mia e sua. 


Al netto di qualche esemplare di genere dall’essenza debordante, lungi da ogni accusa, pena e castigo, mia sorte affine, lo sguardo, vicino e remoto, è grottesco e disarmante; e se non fosse per il riflesso infausto di una violenza fisica e morale agita, mossa e mobilitata a danno di un eguale pure amato, sarebbe ingenuamente comico e veniale. Il dato altresì che esso giunga da lontano, saggiando colli e solcando piane, incrociando anime e varcando soglie, guadando masse e toccando fondi, rincara il peso di un insulto.


In realtà lui ignora chi o cosa io sia.

In realtà lui non vede cosa faccio essenzialmente.

In realtà lui non ascolta cosa muove ogni mia azione, cosa ispira ogni mia parola, cosa inonda i miei piaceri, dentro e fuori un grembo ardente. 

Eppure, mia nuda spoglia, al di là di un verbo le fibre intime di un cuore mio cantano, rivelano e confessano.

In realtà lui non vuole sapere chi o cosa io sia.

In realtà lui non vuole vedere cosa faccio essenzialmente.

In realtà lui non vuole ascoltare cosa muove ogni mia azione, cosa ispira ogni mia parola, cosa inonda i miei piaceri, dentro e fuori un grembo ardente.

Eppure, mia giusta voglia, è lei, oltre i confini dell’arida terra di un capriccio senza fondo, la sola chiave di una piena conoscenza.

In realtà, amaro lutto, lui pensa di sapere chi o cosa io sia.

In realtà, triste spina, lui pensa di vedere cosa faccio essenzialmente.

In realtà, mesta pena, lui pensa di sentire cosa muove ogni mia azione, cosa ispira ogni mia parola, cosa inonda i miei piaceri, dentro e fuori un grembo ardente.

Eppure, mia arcana soglia, a venerare il sol pensiero uno sguardo si appanna, lunghe ombre ridisegna, ogni abbraccio scarta dentro; 

si fa notte in fondo al cuore

si fa inganno il corpo sano

si fa orgia ogni intimità.


In bocca a lui io impoverisco, mi riduco alla levatura e nobiltà di un orifizio che a nutrire è qualche gioia, a viziare qualsivoglia brulla vergasecca. Non è la vista dal buco a svelare l’arcano, ad accogliere e conservare il vanto di una conoscenza. E così è, mio malgrado, che mi scopro oggi come ieri stretta nelle maglie di un pensiero intrigante, il quale è a proclamare al mondo intero che

in barba a ogni istanza pure vana sono solo una puttana.


Metilde S