Un orifizio famelico e vorace | Del resto sono solo una puttana

Mia amata Dafne.

Tu non puoi immaginare quanto mi tormentino, mi molestino, mi struggano, fuor di misura, quelle stesse fantasie, squallide e oscene, che a inchiodare sono lui, letteralmente, nella certezza (giammai sospetto) dell’infame tradimento - ti accennai furtivamente in quella mia ultima.


Dal lontano dì di una loro apparizione la mia vita di ogni giorno si è fatta sogno, incubo, pulsione, ai confini di un surreale. Dalla notte al giorno, in un batter d’occhio, una frazione di istante mi sono vista calare sulla scena di un teatro di posa di infima categoria e a luci rosse. Un ambiente questo a tal punto lontano dalla mia natura - senza offendere la dignità di chi lo abita per scelta e inclinazione - che la sola distanza è a straziarmi il cuore. Non è senza il senso di riserbo, vergogna e disagio che ti affido queste righe, mia anima infinita; come non è senza l’aggravio di un profondo turbamento, di uno sconfortante disorientamento che affronto il loro contenuto ogni giorno. 


Sull’onda di una fissazione che lo agita io sono - a suo dire e sapere con la suprema certezza a fondamento - a consumare l’infamia tutta la notte camminando, tutto il giorno facendo, in ogni canto, ogni antro e ogni dove. Un selvaggio accesso di furore uterino che alla sola idea, alla sola illazione mi angoscia, mi opprime, mi toglie il respiro. E gli elementi a dimostrare la realtà di una malefatta reiterata sono inconfutabili testimoni di colpevolezza:

vado in bagno di notte (un nudo bisogno fisiologico)... ho consumato 

ho un imbarazzo gastrico (una nuda sofferenza dell’organismo)... ho consumato

ho le occhiaie (per malessere e stanchezza)... ho consumato

metto a lavare le mutande (un sano vezzo a volere)... ho consumato

metto a lavare i pantaloni (anche loro ovviamente reclamano)... ho consumato

pulisco il bagno la mattina (la banalità di rimuovere lo sporco quotidiano)... ho consumato

la presenza di qualsiasi macchia sul pavimento (benedetto Iddio, succede che a maneggiare i liquidi semino qualche goccia)... ho consumato

compro la carta igienica (anche lei finisce)... ho consumato

compro i fazzoletti di carta (mi cola il naso)... ho consumato

compare un'ombra sul muro bianco (anche lui si sporca)... ho consumato

e via dicendo. L’elenco, a volerlo stendere per intero, è sconfinato, mia dolce attesa, qui mi fermo. 


Pur volendo riconoscere che vi sono realtà di un femminile ostaggio di una stessa esasperazione del desiderio sessuale - a tradire oltre l’apparenza piuttosto uno stato dolente di anedonia - ciò che mi esaspera non è una somma voglia, ma è lo sguardo di lui a trapelare nella fissazione delirante propria ad acclarare la convinzione che mi debba appartenere l’espressione morbosa di un tale istinto, in quanto donna; mi sconcerta, mi disorienta, e non lo nego, mi disgusta profondamente. Nella vastità di una dimensione esistenziale a noi propria vedermi costretta alla stregua di un orifizio famelico e vorace, dominato da una perpetua avidità, mi molesta fisicamente e moralmente, mia anima e conforto. Inchiodati, inoltre, a una simile prospettiva dal basso pare evidente che sia e permanga impresa utopistica sperimentare un senso di appagamento, di sazietà, di pienezza, largamente vagheggiato, sospirato e pure meritato - volendo tradire, qui materialmente, un pensiero di Galeano…

“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi.

Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile.

E allora, a cosa serve l’utopia?

A questo serve, per continuare a camminare.” 


E se di lamenti da inappagamento perpetuo di voglie ninfolettiche il mondo abbonda, mi permetto di avanzare, a me a fondo confacente, una sana voglia di vita che la pienezza in quella gioia densa e totale incarna...

“Ninfe, figlie di Oceano dal grande cuore,

che avete le case sotto i recessi della terra posati sull'acqua,

correte nascoste, nutrici di Bacco, ctonie, date grande gioia,

nutrite frutti, siete nei prati, correte sinuosamente, sante,

vi rallegrate degli antri, gioite delle grotte, vaganti nell'aria,

siete nelle sorgenti, veloci, vestite di rugiada, dall'orma leggera,

visibili, invisibili, ricche di fiori, siete nelle valli,

con Pan saltate sui monti, gridate evoè,

scorrete dalle rocce, melodiose, ronzanti, errate sulle montagne,

fanciulle agresti, delle sorgenti e che vivete nei boschi,

vergini odorose, vestite di bianco, profumate alle brezze,

proteggete i capri e i pastori, care alle selve, dagli splendidi frutti,

che vi rallegrate delle sorgenti, delicate, che molto nutrite e favorite la crescita,

fanciulle Amadriadi, amanti del gioco, dagli umidi sentieri.”

[Inni orfici, LI, 1-14; traduzione di Gabriella Ricciardelli]


Or dall’antro di una infinita inquietudine - lei sì mai chetata - mi domando, mia amata sorte, perché incollare lo sguardo a un buco della serratura, quando, il solo gesto di liberarlo, schiuderebbe il cuore alla sua pienezza? E in quello stesso antro son costretta; mi consumo, mi arrovello, la affido al vento, che la disperda nella notte già serena, la traduca in rugiada a spegnere ogni assillo e pena. 

Del resto, è a suggellar lo sguardo la mia condanna di essere solo una puttana.


Metilde S