Una libera morte unico scampo | La violenza dentro

Mia amata Dafne.


Sono trascorse molte lune, una serqua quasi in fila, da quel giorno sì imberbe in cui ebbi l’agio di incontrarti per confidarmi nella sorte. Nell’oblio ormai compagno siedo qui, sperduta e solitaria, per aprirti ancora il cuore ben avvezzo al martirio di un inferno, quando piaga e pure fossa, alla trama di un delirio, aberrante e grottesco, entrambi retto parto di una violenza sempre dentro su di lei, assillo e smania. 

Di astrazioni in proposito, mia vita e corpo, sto mondo è tanto sazio da nutrire anche quello in vitro.

Di dottrine in materia stessa, la bocca amara, le budella insorte, la mente è così gonfia da soffocare anche l’universo, parallelo e già contiguo.

Di sentenze qui ancora, dall’affondo più acuto di una daga, lo sguardo è logoro a tal punto da inorridire pure lei, la morte.

 E di condanna a riguardo imperitura la misura è colma, ma tanto colma da invogliare il Cristo a suicidarsi ancora.

Ciò che serve invece, mia amata voglia, oggi e ieri, è

    l’apertura a un dialogo

quello stesso a me negato, a me pure donna – o meglio, a quelle altre come me, forse pazze, forse isteriche, forse streghe e già puttane, o sol nessuno. È ciò che sono diventata, vita mia,

una pazza ad errare insieme a lui in cerca di accoglienza…

un’isterica insieme a lui a versare fiumi di lacrime agli occhi di chi il pianto non conosce, di chi non sente non respira il dolore di un’anima interdetta, misconosciuta e respinta…

una strega al cospetto di un pensiero, sempre lui, sì castrante ogni realtà, tanto orbo da sconcertare, tanto piccolo da impietosire se non fosse così arrogante, che nella foga di un’inquisizione degna ancora di quell’altra santa, non si duole di palesare a me la forca, di torturarmi in quella volontà sua sadica e perversa e di accusarmi di ogni pena…

una puttana a darlo in piazza insieme a lui quel ventre denso di tormenti, angosce e affanni, che dentro già violato è ancora offeso e tradito dagli sguardi impietosi di una morale che disprezza, castiga e umilia ciò che in essenza dona la vita…

e pur nessuno, un inesistente nella carne, un aborto fra tanti dei, insieme a lui, a bussare alle mille porte di un cuore che inganna, rifiuta e allontana ciò che è contrario alla sua miseria. 

Ma è unico quel dialogo, mia luce e scorta, ostinatamente qui negato, il giusto cuore di una salvezza sì sospirata, quel dialogo che è vita, che è parto, che è affondo, prospero e fiorente, rivelatore di un eterno che nella fine si realizza. Quello stesso dialogo assai lontano da quell’altro, sua vana ombra, solennemente autocelebrativo, sterile e ozioso, vuoto infecondo, eterna replica di sé stesso, è ancora lui l’unico fine che cela in petto… tramature di astrusità e sofismi a sostegno di carni vizze, frasi fatte a cingere l’orlo, arie di supponenza il botton d’oro ed ecco a noi confezionata, la realtà solo immaginata.

Voglio ora illudermi, mia amata, nella mia ignoranza, che non fosse tale il dialogo a cui volle affidare la sua causa l’eletto Emmanuel d’Astier de La Vigerie nel suo celebre intervento alla Settimana degli intellettuali cattolici francesi sulle dolenti note della violenza nel lontano 1967 – non ero ancora nata –, quando disse…

    “L’uomo che si crede in possesso della verità assoluta mi sembra un malvagio. Se l’uomo non vive il dubbio, se non si presta al dialogo e non è disposto a correggersi, va verso la violenza.”

E rifiuto categoricamente, qui lo dichiaro francamente - a te già pregio e dono -

    la croce, il castigo, la dannazione

di essere io umilmente, in quanto donna nelle vesti, a reggerlo “il cuore di una salvezza”, quell’omaggio e terra di vanto dell'ormai defunto – il suo dio l'abbia in gloria – papa Wojtyla nella sua stimata “Mulieris Dignitatem”, datata 15.8.1988, quale allora ebbe luogo di sbalordire un mondo pigro e di rianimare tanti impavidi pusillanime. 

Ogni riferimento alla dignità ivi inneggiata lo restituisco alle somme menti che lo masticano generosi… mi serve pane da mettere sotto i denti, foss’anche già raffermo.

Di una vocazione alla sempiterna maternità ivi celebrata mi sono stancata, abbandono il campo, mi licenzio grata. 

Ad oggi ignorata, mio vezzo e cura, pure in coda da emissari di una Chiesa - sedicente paladina di un divino assai prolisso, quando non si chiude e pure tace adagiato comodo sullo stesso scanno di uno spettatore già alienato, così gelido d’agghiacciare persino lui, l’inferno - non sono ad aspettarmi da sto mondo l’attenzione a risarcimento di un silenzio barbaro e improprio… mi congedo ebbene.

Metilde S