Una guardia oscura | La violenza dentro

Mia amata Dafne.


Mi duole ancora tediarti, mi rincresce sottrarti il tempo già prezioso, ma la mia natura mi impone il verbo.


Ebbi agio in quella prima di confidarti il sospetto già fondato di una fuga di notizie inopportuna fra i ranghi di una Benemerita di cui informai alla presta il Capitano reggente che in coda a un primissimo momento di ascolto e un intervento di mediazione indiretta – qui ti svelo – è scomparso nella forma e insofferente alle telefonate, sentimento che rispetto e per il quale ho voluto cessare ogni insistenza. Diversamente dalla resa al suo cospetto è mia natura non esimermi dalle interrogazioni di un intervenuto sì conflittuale, per quanto scomodo e tedioso si presenti, e così decido di volgere il mio appello pure al Colonnello, nell’obbedienza all’illustre rango.


Non ho cinta la fronte di allori, non posseggo beni nemmeno intangibili, non capeggio armate, sono solo una donna, vittima per giunta, che di maltrattamenti, di violenze e molestie, sia fisiche che morali, ha memoria, nelle viscere e nella veste. E il silenzio di un Capitano, di benemerita virtù e fisica nobiltà, qui stimate e apprezzate, ti confesso mia fidata, 

mi imbarazza 

mi disorienta e 

mi inquieta intimamente.


Sono avvezza, in casa e fuori, ai rifiuti di parlare di un accaduto, di discutere di un conflitto, foss’anche paradosso o contraddizione, a cui insieme trovare rimedio. Sono destra di domande, sempre mie per amor di vita, eluse dall’interlocutore di me più influente, più acuto, più promettente e in possesso di un sapere, per mia ovvia veste sì già negato - son nessuno. È intenso il mio addestramento all’assenza di un interesse per ciò che ho da dire, per ciò che pur ho visto e sentito in quell’ombra di un agire. Sono consumata nell’angoscia veicolata dalla violenza che trasuda dalla reticenza, dal sottinteso, dal non detto. Ma mi è nuovo il vissuto che ciò giunga da una figura, nella veste qui ufficiale, di aiuto e di tutela, di ordine e di sicurezza, a cui io stessa e per la prima volta ho voluto affidarmi nel governo di una prepotenza tanto oscura quanto devastante. Ed è ora lei, una tal presenza, accreditata nella sua eloquenza, a mostrarsi oscura nell’evasione di un esposto ancor lesivo e in altra sede pure illecito, di commissione prima, di omissione ora, condannato dalla stessa legge. 


Lungi da me, mia amata compagna, puntare il dito, la colpa non mi interessa, le infrazioni sono eterna sorte, ma è il cuore incessantemente a reclamare il chiarimento, tal sollievo nella confusione di un irrisolto che a proiettare è le sue ombre sulla dinamica di una vicenda intera dai risvolti imbarazzanti per più di uno degli intervenuti, a voler narrare le sorti turche…


Metilde S